Al campo con papà

Ho iniziato al prato di fronte casa. Il nostro spazio lo chiamavamo i "montarozzi" ed il campo di calcio da una parte finiva con la recinzione che un contadino aveva messo per le sue galline e dall'altra coi giardini di un condominio. Per fortuna, uno che giocava con noi, Fagiolo, abitava in quei palazzi e quindi avevamo una sorta di lasciapassare per recuperare il pallone quando si tirava male. Il contadino invece bestemmiava e faceva mille storie per ridarci il pallone, ma lui era un figlio di puttana e noi gli buttavamo le micette dentro il recinto dei polli, perché ce la "doveva pagare".
Adesso, lì ai montarozzi ci hanno costruito la Stazione dei Pompieri, monelli non ce ne stanno più e se il contadino è morto, mi dispiace pure.
Io ero difensore. Giocavo sempre in difesa e non voleva mai giocarci nessuno. Si facevano le conte per decidere le squadre e venivo scelto fra i primi perché i difensori volontari erano rari. Volevo sempre essere Cruif. Anche Magrelli, abitavamo nello stesso palazzo, voleva essere Cruif, ma io gli assomigliavo di più. Gli altri volevano giocare tutti in attacco. A me piaceva in difesa; primo perché mi sembrava qualcosa di eroico: io davanti la porta a difendere la squadra e il mio portiere; secondo perché potevo pure dare qualche calcione per sbaglio: i difensori, si sa, lo fanno. E poi ero difensore perché papà era difensore. Papà era forte. Se papà mi tirava addosso il supertele quando facevamo la scampagnata coi panini e le cugine, mamma si arrabbiava e lo rimproverava dicendo che doveva tirare piano. Papà giocava con due squadre. Una era il Tor San Giovanni in prima categoria e l'altra era la Renault (magari ha giocato pure col Palletta; ricordarsi di chiedere). E siccome papà era forte, io ero forte ed ero difensore come lui.
Volevo sempre andare a vedere gli allenamenti di papà, ma lui giocava tardi e mamma non era d'accordo perché c'ero solo io piccoletto al campo sportivo.
"neanche se faccio tutti compiti?"
"no"
"e se faccio quelli di storia per dopodomani?"
"No"
" e se faccio oggi tutti i compiti per domani e per dopodomani?"
"NO!"
però papà ogni tanto mi ci portava.
Per far vedere che ci sapevo fare, prima e dopo i loro allenamenti, entravo di corsa in campo e mi davo un tono correndo da solo appresso al pallone. Sentivo la simpatia di tutti e questo mi faceva felice. Il giorno dopo a scuola raccontavo che avevo giocato una partita vera di pallone, coi grandi, e che mi ero messo una vera maglietta da calcio, col numero due, e che a mio padre avevano chiesto se per piacere potevo andare anche a tutti gli altri allenamenti. Quel ciccione di Alfredo Magrelli diceva che erano tutte cazzate. Io lo sapevo che non era vero quello che raccontavo, ma mi faceva rabbia lo stesso Alfredo.
Una volta Antonello, il portiere della squadra di mio padre, m'ha detto, dai batti due rigori, vediamo se te li paro. Io ho sentito l'importanza del momento e le guance che diventavano calde e rosse per l'emozione. Avevo paura di non azzeccarne neanche uno, di non aver la forza neanche di arrivare in porta coi miei calci. Ho messo la palla sul dischetto e dopo una rincorsa esagerata ho tirato con tutta la forza: è uscito un tiro moscio che lemme lemme è arrivato davanti ad Antonello. Lui ha fatto finta che si tuffava da una parte, mentre la palla entrava dall'altra, e io ho fatto finta di non accorgermi che lo faceva per me. Però ero contento di aver segnato.
Ci siamo messi a saltare davanti la porta, con le braccia al cielo.
"cam-pio-ni cam-pio-ni cam-pio-ni"
Era proprio simpatico Antonello quando faceva il matto.
Alfredo Magrelli, quando l'ho raccontato a scuola, ha detto che non era possibile perché Antonello era un portiere vero; ma un giorno che in cortile è passato proprio Antonello (abitava al palazzo di fronte al nostro) io l'ho chiamato ed ho urlato in modo che sentissero tutti, dai più grandi della terza media ai più piccoli col moccio al naso,
Aaaantooneeellooooo?…è vero che io t'ho segnato un gol su rigore all'allenamento?
"Si è vero!"
"cam-pio-ne cam-pio-ne cam-pio-ne"
Mi sono messo a saltare davanti a Magrelli e quella volta, dopo cinque minuti, se n'è andato a casa sconfitto. L'avevo bibbitato.

Una sera, alla fine degli allenamenti di papà, faceva proprio freddo, ed era anche buio e tardi. Al campo non c’era più nessuno. Non entravo mai dentro gli spogliatoi. Non volevo vedere mio padre nudo né tanto meno volevo vedere gli altri. Avevo paura che qualcuno mi rivolgesse parola e che io dovessi guardarlo per rispondergli, mostrando tutta la mia vergogna ed imbarazzo. Però allo stesso tempo ero curioso e volevo vedere com’era il pisello dei grandi. Se papà mi diceva, dai entra, che fa troppo freddo, io dovevo entrare. E’ infatti quella prima volta che entrai nello spogliatoio, rimasi accanto alla porta, nell’angoletto, con lo sguardo fisso sulla parete di fronte. Ma con la coda degli occhi vedevo tutti i piselli di tutti. Speravo che nessuno mi parlasse. Ero impietrito, muto. Le braccia rigide lungo il corpo come quelle dei soldatini sull'attenti. Poi ho abbassato pure la testa è ho iniziato a guardarmi la punta delle scarpe. Non potevo neanche dire, voglio uscire, non mi va di stare qua. Non potevo. Stavo coi grandi e dovevo restarci.
Erano duri gli allenamenti.
A dieci anni, a me e Magrelli le mamme ci segnarono nella stessa scuola calcio, il Montesacro Alto. Eravamo amici, ma io dovevo odiarlo perchè l'odiavano tutti. Avevo anche dei buoni motivi: lui era della Roma ed io della Lazio; a carnevale lui aveva la maschera da cowboy ed io quella da Indiano e poi lui diceva sempre che i cowboy vincevano perchè erano più forti degli indiani. Dovevo vendicarmi.
Alla fine di un allenamento, quando ho visto Magrelli che timido timido si toglieva le mutande per fare la doccia, io ho detto ad alta voce che erano sgommate e tutti hanno riso. Erano cagate sul serio, mica per finta! Lui ha abbassato la testa, ingrugnato come un mulo, e senza dire una parole si è ritirato sù le braghe, uscendo in fretta, senza lavarsi. Gli altri nello spogliatoio, mentre ridevano dicevano anche, adesso ti fa un culo così. Me lo sono ritrovato davanti al baretto del campo, da solo, uno contro uno. Ha tentato di picchiarmi, ma io ridevo e scappavo, facendo finta che le botte che mi dava per me erano uno scherzo. Invece facevano male ed avevo molta paura.
E' passato tanto tempo da allora. Ho giocato un po' in tutti i ruoli, tranne il portiere ed il centravanti.
Cambiando ruolo, crescendo, è cambiato anche il rapporto con mio padre...eppure, ma che strano.. in squadra, a distanza di tanti anni, trovo ancora qualche Alfredo Magrelli, rosicone e ciccione, che nega l'evidenza. E' pazzesca la vita.


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