Al campo con papà (secondo episodio)
Quando ero piccolo, qualche anno fa, ho disputato il più fantastico dei campionati cui mi sia mai capitato di partecipare.
Ero uno dei centrocampisti in forza alla squadretta del mio quartiere, squadretta poco nota, molto poco nota, al punto che gli avversari non se ne ricordavano mai il nome. Una volta andammo a giocare contro il Pas Don Bosco e quando arrivammo al campo ci venne chiesto ".. che squadra siete ? Ma che siete l'aquileia ? O, come si chiama, achillena ?..".
La mia squadra non si chiamava col nome del fondatore e costruttore di tutto il quartire, tale Piercarlo Talenti, ma col nome del Santo Patrono Protettore del Quartiere, tale S. Achille e nasceva pertanto grazie e sotto alla "protezione" dei santi, infatti le bestemmie erano vietate.
Il Presidente era il titolare del Bar "Scuti" dell'omonima famiglia, lui, il presidente si chiamava Gaetano. Era un uomo enorme e tanto generoso. La domenica in occasione delle partite faceva preparare il tè e uno speciale corriere lo portava ancora caldo dal Bar del Presidente al campo e, ancora caldo ce ne dava sempre un bicchiere ciascuno tra il primo ed il secondo tempo. Aveva speso un sacco di soldi per noi il Presidente, ci aveva comprato le borse, le tute, la maglie per gli allenamenti, i kywey per quando pioveva, e ci aveva dato due buoni spesa per andare a ritirare due paia di scarpini da TuttoSport, uno con 13 tacchetti per i campi i terra pozzolana e l'altro con molti meno tacchetti per i campi in erba.
Aveva speso un sacco di soldi per noi il Presidente e noi giovani calciatori eravamo quasi tutti clienti del bar "Scuti" dell'omonima famiglia, e a casa mio papà spesso mi diceva "..ciao bambolotto, io esco, vado da Gaetano a comprare le sigarette..".
Una volta era una di quelle domeniche di fine febbraio, un po' fredde ma con tanto sole, e la mia squadra, la squadra dell'aquillena categoria esordienti, giocava in casa contro il Kolbe.
Guidati dal Mister Giacigli Fernando, fratello di Giacigli Silvano che aveva giocato nella bufalotta insieme a nientepopòdimenochè Policano, Policano quello del Napoli, del Torino e della Roma, giocavamo in casa ed eravamo ancora sullo 0-0. Il mister ci spronava all'attacco con le sue classiche indicazioni su come far girare la palla ("..aprala..aprala sulla fascia..") e asserendo che non dovevamo temere alcun avversario ("..stamo a pareggià co' 'sti scarzi e gnudi !!..")
Ben consapevole che il risultato fino a quel momento ci stava un po' stretto, in occasione di una punizione dalla destra calciata in area dal mio capitano, io, centrocampista, feci una specie di mezza rovescita al volo carpiandomi e cadendo a terra. Rigore ? Macchè !!.
Il pallone da me colpito rotolò inesorabilmente contro il palo, tornò dritto dritto verso di me pronto a rialzarmi per ribadire in gol quand'ecco che sentii un dolore allucinante: poggiai una mano a terra dopo la caduta in area e il giovane e grintoso difensore del Kolbe calciò di punta, non il pallone, il mio polso.
Mio papà scese dalla tribunetta che il Presidente aveva fatto costruire e corse a prendere la macchina, una 128 celestina fedele sua compagna di strada dal 1971 al 1999, con quella mi accompagnò al pronto soccorso ed io non riuscii neanche a svenire per non sentire il dolore. Il risultato fu 2-0 per noi e la vittoria fu dedicata a me, centrocampista che mi ero fratturato un braccio cadendo malamente in area.
Mio papà non è mai stato centrocampista, non ha molti vizi a parte le sigarette, e purtroppo soffre di quel male oscuro tanto subdolo quanto difficile: la depressione (semplificazione e banalizzazione di "Ciclotimia" con cui si identifica il mal funzionamento di una ghiandola che sta dentro all'organismo del mio povero papà).
Ancora oggi ne soffre e ancora oggi, da centrocampista, cerco un modo per stimolare mio papà, per farlo uscire di casa e per creargli un interesse che lo possa aiutare a combattere l'ennesima ricaduta in depressione: per questo ancora oggi vado al campo con papà.
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