Bobby & Me

Gli anni 60 erano un periodo d'oro per gli idoli del calcio. Il Manchester United aveva George Best, capelli lunghi, dribbling irriverente, camicie a fiori e litri di birra. Noi, adolescenti del Greenhill City, avevamo Bobby Mouse, ala destra capace di fare cascare in una finta pure la sua ombra. Me lo ricordo piccolo, scuro, con addosso un'insolita indolenza, per quell'età, che perdeva appena l'arbitro fischiava il calcio d'inizio. Dalla a Bobby! urlava l'allenatore al mediano, quando impostava un'azione d'attacco. Tra i suoi piedi, la palla scivolava impazzita sull'erba, tra le gambe dei difensori, per poi tagliare l'area sibilante oppure planare morbidamente sulla testa o sul piede del centravanti in fiduciosa attesa dell'assist. Era figlio di un minatore in pensione, trasferitosi a Manchester per morirci da borghese, di silicosi. Bobby Mouse ne aveva ereditato il buio delle gallerie in fondo allo sguardo. Era l'idolo della squadra perché giocava per la squadra, il suo dribbling era altruismo puro, la gioia di saltare l'avversario per passare un bel pallone ad un compagno. Ci faceva vincere, gli volevamo bene. Avrebbe potuto giocare nel Manchester, come George Best, se non si fosse rotto una gamba: travolto da una macchina, un giorno che scappava con due lattine di birra tra le mani, rubate. Era così, il gusto del proibito lo aveva assalito sin da piccolo, quando scorrazzava per il quartiere anziché frequentare la scuola. I furtarelli venivano compiuti solo per quello, non c'è bisogno di scomodare la fame della classe operaia. Bobby Mouse non è mai stato "classe operaia". Prima dell'incidente, però, già aveva conosciuto le sigarette, il fumo, forse qualche pasticca (a quei tempi le anfetamine andavano forte). Mi ricordo quando, al termine di un allenamento durante il quale era stato l'ombra di sé stesso, l'allenatore lo prese da parte e gli parlò brevemente. Lo spogliatoio era chiuso e loro erano rimasti dentro. Io, fuori ad origliare, perché sapevo che si sarebbe sentito. Scegli: le sigarette e compagnia bella, o il calcio. Questo il succo del discorso che gli fece l'allenatore. Per uno come lui, cresciuto praticamente per strada, era difficile scegliere solo il calcio. Era proprio difficile scegliere. Quindi per un po' si trascinò ancora tra fumo, furtarelli e football, fino all'incidente. Lo andammo a trovare un paio di volte in ospedale, gli scrivemmo "torna presto" e varie sconcezze, sul gesso. Preferì invece tornare a frequentare altri ragazzi che lo andavano a trovare durante la degenza, portandogli regali che preferiva alle nostre speranze di rivederlo sul campo. Dopo la morte del padre, la pensione bastava appena: Bobby Mouse si mise a spacciare, oltre che a consumare. Ormai si sapeva nel quartiere a che giro appartenesse e noi, poco più che adolescenti, non ci attentavamo di avvicinarlo per chiedergli come andava, se aveva ancora voglia di giocare con noi.
Lo persi di vista quando incominciai l'università e abbandonai la squadra, ormai consapevole che nel calcio non avrei sfondato. Con gli studi, invece, andò bene e, dopo la laurea, trovai impiego in un giornale della città. Ero un giovane redattore e mi occupavo di fatti di costume e cronaca spicciola, che riportavo al giornale dopo averla raccolta nei pub.

Un giorno presi parte ad una di quelle iniziative benefiche che proliferavano per pulire la coscienza di chi se la passava bene: l'unione dei giornalisti aveva organizzato una partita di football contro una selezione di carcerati del carcere di Chipstam Road. Era proprio una singolare occasione, per tornare a giocare, di nuovo al centro della difesa. Incontrammo i nostri avversari solo quando eravamo già in braghe e maglia numerata, fuori dagli spogliatoi. Tra loro c'era Bobby Mouse. Strano, pensai, ritrovarlo nel ruolo giusto ma nel posto sbagliato. La partita fu insignificante, tranne che per una finta che mi fece Bobby e che mi lasciò di pietra. Semplice ed imprevedibile, come quelle di Best o, per restare ai nostri giorni, di Giggs, eroi di due generazioni di tifosi dello United. Anche in mezzo a quegli strambi, chiassosi, allegri ed infelici giocatori, Bobby guizzava, dribblava, nascondeva la palla, facendola magicamente riapparire alle spalle del terzino o tra i piedi del centravanti. Si divertiva a giocare come un ragazzino, con l'agonismo del professionista.
Ad inizio partita m'ero già fatto riconoscere: gli ci volle un po', perché nel frattempo ero un po' ingrassato e qualche capello aveva già lasciato il posto alla lucida maturità in cima alla testa. Bobby aveva però ancora il buio delle gallerie, in fondo agli occhi. Ancora più buio, adesso che ci penso meglio. Ebbi modo di parlare con lui soltanto dopo, e per pochissimo tempo. Prima parlammo dei risultati del campionato, delle squadre di Manchester, del lavoro che facevo, poi mi disse che era dentro per le solite storie di droga e soldi rimediati per pagarsela. Volevo fargli delle altre domande, chiedere come faceva ad essere ancora così bravo, come stava sua madre, se gli mancavano i compagni di squadra, cosa avrebbe fatto quando sarebbe uscito. Ma il tempo era finito ed un fischio, diverso da quello dell'arbitro, fece muovere gli agenti per riportare dentro i detenuti. Non disse nemmeno "vienimi a trovare", mentre se ne andava. Lo pensai io, uscendo di lì: dovevo tornare. Ma non lo feci, perché ci volevano dei permessi speciali, che neanche la direzione del giornale per cui lavoravo aveva troppa voglia di sbattersi per procurarmeli. Così, piano piano, lasciai perdere. Poi, il giornale mi spedì a Londra.

Ero lì da tre anni e avevo una storia con una ragazza dell'East End che mi aveva già stufato e stavo cercando il pretesto perché fosse lei a mollarmi. Odio lasciare le donne, preferisco lo facciano loro, salvo poi spendere lacrime da coccodrillo sulla mia fallimentare vita sentimentale. L'occasione mi si presentò un giorno di primavera, quando dovevo andare con lei a fare un'insopportabile gita sul Tamigi. Alla fermata della metro, dove si prendeva il trenino per i Docks, c'erano i soliti gruppetti di freak, scansafatiche, hippies e veri poveri che strimpellavano i loro strumenti. Non potei fare a meno di notare un piccoletto che, di fronte ad un paio di scarsissimi menestrelli, agitava un consunto bicchiere di carta di McDonald, dove tintinnavano sparuti pence. Era Bobby Mouse, non c'era dubbio e, forte della ritrosia ormai persa nelle frequentazioni dei pub, scopo cronaca giornalistica, lo avvicinai. Ero in grana e quindi gli proposi di concludere lì la sua giornata di lavoro e di farci una birra alla memoria del calcio che fu. Le birre furono più d'una, forse nemmeno una o due mani bastavano per contarle e servirono via via a superare l'imbarazzo di quell'incontro. Tra l'una e l'altra, parlò soprattutto lui. Mi fece vedere qualche tatuaggio sul braccio, marchio orgoglioso di chi si è fatto un po' di tempo in galera: sempre le stesse cose, droga, furti, resistenza e oltraggio, roba da poveracci, insomma. Era uscito da poco e tirava a campare. Aveva conosciuto una donna più grande e più sbandata di lui, dalle parti di Brixton. Da lei aveva ricevuto un tetto e una parvenza di amore. A lui poteva bastare, ma la donna l'aveva addirittura legato a sé indissolubilmente, lasciandogli come pegno d'amore lo stesso virus di cui era morta. Per di più, erano anni che non tirava calci ad un pallone e questo me lo disse con una voce che sapeva più di nostalgia che di birra. Al momento di lasciarci, gli porsi la penna perché mi scrivesse il suo recapito su un sottobicchiere. Fece una fatica tremenda a ricordare indirizzo e numero e mi consegnò il pezzo di cartone quasi illeggibile. Ci salutammo fuori dal pub, commossi più per l'alcol che per l'incontro e ci promettemmo bugiardamente di rivederci. Fu così che mi presentai all'appuntamento con tre ore di ritardo: la birra in corpo mi permise di essere particolarmente ignorante durante il litigio che seguì, così che lei mi lasciò e non la vidi più.

Sotto Natale si diventa più buoni, più cattivi o, peggio, più indifferenti: quell'anno decisi di fare uno strappo alla regola e, sottobicchiere in una mano, cesto di birre da sei nell'altra, mi avviai per andare a far visita a Mouse. Non fu facile trovarlo, perché la sua era una delle tante porte anonime di un anonimo caseggiato popolare, e dovetti bussare a qualche interno per chiedere indicazioni e nel frattempo darmi un tono, con quell'aria borghese e rispettabile, cioè da sbirro, che ormai avevo appiccicata addosso (ma con tre litri di birra in una busta di cellophane). La sua era, come m'aspettavo, la porta più scrostata, ormai non si capiva più quale fosse il colore originario. Bussai, suonai, chiamai. Ma non aprì nessuno. Sarà lì che dorme, ubriaco come al solito, disse una faccia di vecchia che mi scrutava da una finestrella dell'appartamento accanto. Per quella volta mi arresi, ma avevo veramente deciso di essere buono, per quel Natale, e tornai tre giorni dopo.
Bussai, suonai e qualcuno chiese chi fossi. Dopo essermi chiaramente presentato, la porta si aprì. Ciao, disse, scusami, credevo fossero le guardie: però loro non vanno in giro con tutta quella birra. Era in forma, e mi guardava sorridendo e strizzando gli occhi, buie gallerie comprese. Bevemmo e fumammo allegramente, parlammo di donne e di football, mi disse che gli piaceva la figlia della portiera del caseggiato e che per lei aveva scritto una canzone che mi volle far ascoltare, maltrattando la sua chitarra un po' scordata. La trovai orrenda ma dissi che mi piaceva, sicuramente avrebbe fatto centro con lei. Per finire, tirò fuori un pallone mezzo sgonfio, di quelli marroni coi lacci, tutto spellato e con ancora antiche incrostazioni di fango. L'ho fregato al Greenhill, mi confidò, il giorno che ho litigato con l'allenatore: andiamo a dargli un sacco di calci giù per strada, io sono George Best e tu Bobby Moore. Mi fece ancora un mucchio di finte, in cui io cadevo regolarmente, ma solo perché ero diventato un sacco di patate col fiatone. Se avessi avuto una forma fisica appena dignitosa, non mi avrebbe mai saltato, tanto la malattia l'aveva indebolito. Però così era meglio, Bobby mi dribblava e io mi sentivo buono. Al momento dei saluti, mi regalò il pallone: se ne separava volentieri perché ero stato l'unico, dai tempi della squadra, ad andarlo a trovare. Me lo meritavo. Ripresi la strada di casa fischiettando, con un pallone ultracentenario sotto l'ascella, più prezioso di quello che i leoni d'Inghilterra avevano ficcato quattro volte nella rete tedesca, nella finale dei mondiali del '66.

La storia potrebbe finire qui, tutti più o meno felici, contenti e indifferenti. Invece, non è andata così: mi sono inventato tutto. Quella porta non si è mai aperta. Quando tornai la seconda volta bussai, suonai e gridai il nome di Bobby Mouse, ma la stessa voce vecchia di tre giorni prima mi raccontò che se l'era portato via un'ambulanza, dopo che gli sbirri avevano sfondato la porta. Non l'ho più visto, mi sento triste e ho scritto questa storia perché Bobby era un campione come Giggs.
Ora, io non so se è vivo o morto, però il pallone l'ho tenuto. Non si sa mai.


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