Storie di pallone
El Mister
Palinha, una storia di automobili e futbol
Storia de vita
Una tristissima storia vera!!!!
Lo stadio magico
Dentro e fuori il campo
Rio de Janerio. Carnevale del ’69
Per un paio di scarpe
Il Grande Allenatore
La rivolta di Piazza Bologna
La mia prima volta
Al campo con papà (I)
Al campo con papà (II)
Al campo con mia sorella
Fabietto va al rugby
Bobby & Me
Il do di piede
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El Mister
Stavo concludendo la mia carriera nel Boca, dove avevo trovato un ingaggio miracoloso. Sulla
panchina sedeva “El Mister” Claudio Romanos, detto “diesimila pesos”, per una brutta storia di
fondi neri, che si diceva legata a traffici di caffè con un suo zio d’america. Era un periodo
della temporada in cui andavamo a fasi alterne e giocavamo praticamente a luci spente. Si
veniva da una brutta sconfitta interna con l’Estudiantes, che aveva messo parecchio in
discussione le nostre ambizioni e, soprattutto, la panchina del Mister. El Mister era venuto su
quella sponda della Plata per cercar riscatto e rinverdire i fasti lontani della nostra “equipo”
composta da vecchie facce sporche del campionato argentino. Con noi si permetteva scelte
tecniche che non saprei se definire innovative, rivoluzionarie, azzardate o semplicemente folli.
Questa è la storia di una di quelle mosse.
Si giocava la partita più difficile del torneo, una di quelle che, quando guardavamo il
calendario a inizio stagione, segnavamo accanto un bello zero, come i punti che pensavamo di
rimediare. Ci aspettava il River, nel suo catino torrido, lo stadio Vicente Tufellos, dove gli
ospiti venivano prima tramortiti dal pubblico e poi “matati” dagli eroi di casa. Eravamo in
formazione rimaneggiata, soprattutto perché il libero titolare, Deodatos, come gli capitava
spesso a quei tempi, era squalificato. Mi aspettavo una maglia di marcatore, perché tirare calci
e gomitate mi piaceva tanto più quanto più erano tosti gli avversari, e quelli del River lo
erano. Negli spogliatoi, però la prima sorpresa, che consisteva in una maglia numero 15 per me e
una numero sei per Fabio Delgado, che avrebbe giocato libero. Delgado, detto “El Ingeniero”, per
la sua passione per gli argomenti tecnici che coltivava da tempo immemorabile, era uno dei
nostri migliori centromediani ed aveva anche il gol facile. Tutti pensarono, ma nessuno osò
dirlo apertamente, che schierarlo in quel ruolo fosse uno scempio. Ma El Mister decise che
doveva essere lui a dare il colpo di grazia all’attaccante avversario che avesse avuto la
ventura di sopravvivere alla marcatura di Fabiano Marranas e di Labio, detto “El Nino”, per la
sua giovane età che dissimulava dietro una grinta da codice penale. Era la nostra coppia di
sicari, di fronte alla quale veniva schierata una trincea di quattro centrocampisti che avevano
la mira giusta solo quando c’era da centrare un ginocchio avversario. A questi El Mister aveva
proibito di varcare la metà campo, licenza concessa solo a tre punteros sul viale del tramonto:
Grisafio, che segnava ormai solo su rigore e punizione, Jorge Rinaldos, che segnava solo su
punizione, quando gliele lasciavano tirare, e “El Indio” Richardi, che invece non tirava proprio
e quindi aveva già riposto il gol tra i bei ricordi da estrarre davanti ad un camino e a
nipotini sbadiglianti, nelle gelide serate invernali della Pampa. Il primo tempo trascorse con
pochi sussulti: il nostro portiere, Francisco de la Tarde, un paio di palloni velenosi li aveva
presi. Il portiere avversario aveva preso solo del freddo, che nell’inverno del Rio de la Plata
sa essere infame, specialmente se unito ad una pioggia sferzante. La nostra barricata reggeva
bene, e alla metà della ripresa gli stinchi degli attaccanti avversari erano già in condizioni
tali che i loro padroni incominciavano a non aver più tanta voglia di rischiare la vita per un
gol. Le nostre punte avevano invece le gambe lisce come quelle delle ballerine di tango, che
danzavano leggiadre evitando i casché proposti dai difensori avversari, dai quali si tenevano
alla larga, volteggiando spesso nella zona morta del campo che divide il portiere dall’ultimo
difensore. Fu quello il momento in cui El Mister sorprese tutti, richiamando in panchina “El
Venezuelàn” Dante Dechanos e la sua lingua, che ormai stava lucidando le scarpe. Lo chiamavano
“El Venezuelàn” e lo era per davvero. Se lo era portato dietro El Mister, che aveva allenato
l’Universidad di Maracaibo e si mormorava che lo avesse fatto per evitare che, per storie di
soldi, qualcuno gli facesse un bel vestito di legno. Dechanos lasciò il posto a Pelotina, così
detto per la sua altezza tutt’altro che proverbiale. Pelotina, però, era proverbiale per quello
che sul campo da fùtbol si chiama determinazione, mentre nei barrios si chiama smania omicida.
Inaspettatamente, Delgado tornava a fare il centromediano sinistro, mentre Pelotina ne assumeva
l’incarico di giustiziere dietro i marcatori. Poco dopo, un pallone che vagabondava a metà
campo, veniva sequestrato da Ortega, che sgusciava tra le falci delle gambe avversarie e, prima
di stramazzare nel fango, lo consegnava a Grisafio, impegnato in quel momento a piantare un
gomito sullo sterno del terzino destro del River. Delgado sopraggiungeva sbuffando come un
treno, sul quale salì il pallone, strappato ai piedi della nostra mezzala. Uno dei terzini
avversari fu abbattuto immediatamente, mentre il libero si stava parando innanzi, pronto a
uccidere. Il crimine non gli riuscì, ma sbilanciò l’avversario che ormai stava incespicando
sulla pelota ed era destinato a crollare sotto la valanga del portiere in uscita. Ma prima di
schiantarsi, Delgado riusciva a colpire la sfera di cuoio con la punta dello scarpino. La palla
rimbalzò su una zolla di terra e, impennandosi, scavalcò l’estremo difensore, per finire lemme
lemme tra le maglie della rete. Il silenzio del pubblico fu più gelido del vento della Terra del
Fuego, quindi l’urlo di gioia incredula dei gauchos del Boca risuonò ancora più beffardo.
Mentre tutti correvano a seppellire Delgado di abbracci ed El Venezuelàn, legato al Mister da
sospetta amicizia, urlava come un ossesso: Che mossa, mister, che mossa!, forse solo io notai il
sorriso, malinconico e sornione, che in un istante attraversò il viso di Romanos.
Al termine della stagione accettai, ovviamente solo per i soldi, di trasferirmi negli Stati
Uniti in un club di vecchie glorie. Da allora non seppi più niente di Romanos. Appese le scarpe
al chiodo, intrapresi anche io la carriera di allenatore, e i buoni risultati mi portarono a
varcare l’Atlantico, per guidare il Lanerossi Vicenza. In quel periodo gli argentini erano molto
apprezzati, e Delgado allenava la Lazio, seppure con risultati alterni e molta pressione dovuta
all’ambiente che mal sopportava il predominio cittadino dell’altra squadra di Roma. Io me la
passavo bene, anche perché avevo in squadra Paolo Rossi, che segnava gol come se piovesse, e che
avevo ribattezzato Pablito, perché era bravo come un sudamericano. Il sabato dello scontro
diretto all’Olimpico, Delgado mi chiamò e andammo insieme a prendere un aperitivo. Parlammo,
ovviamente, dei bei tempi in cui rovinavamo le domeniche ai tifosi avversari, e ci mostrammo
orgogliosamente un po’ di cicatrici raccolte su tutti i campi dell’America Latina. Ti faccio
una sorpresa, mi disse mentre uscivamo dal bar di piazza Bologna. Nonostante le mie insistenze
non mi disse nulla finché non entrammo in un negozio di caffè e cioccolata. Dietro il bancone
c’era El Mistèr, che incassava diecimila lire dalle mani di una vecchietta a cui porgeva si e no
un etto di caffè. Non sembrò per nulla sorpreso e ci diede il benvenuto con un forte accento
romano, mentre ci porgeva un solo cioccolatino a testa. Aveva sposato un’italiana in vacanza a
Santo Domingo, dove lui, inseguito dai cravattari, si era rifugiato ad allenare un manipolo di
dilettanti locali, tra cui tiravano ancora calci, e pugni, Pelotina e Labio El Nino, che ora
chiamavano El Tinto, per via dei capelli dal colore dubbio. Ci disse che nella Città Eterna stava
seguendo un gruppetto di vecchie scarpe che giocavano un torneo infimo, ma che avevano la grinta
dei gauchos. Solo quella, però. Questi discorsi gli riportarono la nostalgia agli anni del Boca
Juniors. Fu inevitabile che, tra mille aneddoti tirati fuori dal sacco della memoria e gonfiati
dalla fantasia, Delgado gli ricordasse quel suo gol, che ci regalò l’unica vittoria nel derby
col River Plate. Solo in quel momento, come non era mai capitato prima, rividi quello stesso
sorriso, malinconico e sornione, attraversare il volto di “El Mister”.
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Palinha, una storia di automobili e futbol.
Paulo Leonardo Arantes de Sousa Olivares nasce a Salvador de Bahia, il 4 aprile 1949. Il padre,
pescatore di triglie, se lo è portato via il mare amaro circa due anni prima. A tirare su lui e
il fratello gemello pensa la madre, malinconica cantante di samba nei
locali del porto. Paulo Leonardo che, sin dalla tenera età, viene chiamato Palinha, per le sue
dimensioni tutt’altro che ciclopiche, cresce ascoltando musica creola, bevendo capirinha e
sentendo le storie che i marinai raccontano alle donne di una sera, nei locali dove il bimbo è
spesso costretto a passare la notte, raggomitolato su un tavolo sempre odoroso di tabacco e
curaçao. Si nutre di leggende di vigorosi pescatori, eroici capitani e astuti pirati. Il suo
mondo è fatto di squali, onde, tempeste, scorribande, triglie, risse per tenere mulatte e
clamorose sbornie. Così cresce, e la vita avrebbe dovuto farne di lui un marinaio, destinato
terminare i suoi giorni tra le braccia della Regina delle Acque, lasciando una moglie e alcuni
figli ad una rassegnata miseria. A dieci anni è già imbarcato sui gozzi che solcano il fiume e
portano merce di tutti i tipi da Salvador de Bahia ai villaggi dell’interno. Tra un carico e
l’altro, passa il tempo a tirare calci ad una palla, che, il più delle volte, è fatta di foglie
di banano intrecciate. Il futbol è già un gioco amato anche in Amazzonia, e spesso Palinha è
impegnato in sfide all’ultimo sangue contro gli indios Yanomami, che usano palle che, il più
delle volte, sono fatte di foglie intrecciate, di coca. Un giorno, fa tanti di quei goals in una
sfida dalle parti di Manaus che gli indios gli regalano “a bola” come trofeo. Quella stessa
bola sarà protagonista di diverse partite sul molo di Salvador, ma la sua carriera termina
quando, tra i giocatori in campo, c’è anche un tipo losco di Rio che i traffici di droga avevano
portato nel Nordeste. Risalire dalla palla a Palinha è un attimo, e i due diventano soci.
Palinha, che ha ormai quindici anni, conquista palloni dagli indios a furia di goals, a Salvador
ripulisce e tratta le foglie nella lavanderia, che il fratello gemello usa come copertura
e poi in automobile, che il più delle volte ruba, copre la strada che separa la sua città di
mare da un’altra città di mare, ma di gran lunga più affascinante: Rio de Janeiro. Lì consegna
la merce e trova da vendere la macchina, spesso una Renault, facile da rubare e guidare. Per
tornare risparmiando i soldi guadagnati, ruba un’altra auto, spesso una Renault, che rivende a
qualche lestofante della sua città. Palinha cresce, si fa per dire, fa soldi e sogna di
costruire una fabbrica di automobili, da vendere personalmente in tutto il Brasile. L’ultima
auto che ruba, però, gli servirà per scappare a nascondersi a Rio. La penultima auto, infatti,
anziché seguire la strada in una curva, finisce nel Rio delle Amazzoni, con dentro la moglie del
re dei casinò e bordelli dello stato di Bahia, al quale non è facile spiegare che non è colpa
tua se si rompe il piantone dello sterzo in una macchina che, con qualche ritocco sul libretto,
dimostra meno dei suoi vent’anni. A Rio vivacchia ai margini delle favelas, dove si arrangia a
lustrare pezzi di auto raccolti in uno sfasciacarrozze e rivenduti per nuovi dai meccanici della
città carioca. Il suo unico svago è, manco a dirlo, il futbol, che pratica per esibizione la
domenica mattina, su una delle tante spiagge affollate dai ricchi turisti, tra i quali c’è
sempre il gonzo a cui rifilare qualche auto seminuova o semisemovente. Uno di questi gonzi è un
argentino: si chiama Claudio Romanos e sulla macchina ci carica anche Palinha, che ha visto fare
quattordici gol in un’oretta scarsa di partita contro un manipolo di turisti italiani, già
sfibrati dalle avventure avute o millantate con le mulatte del luogo. Romanos, detto “El
Mister”, è l’allenatore in disgrazia del Ferrocarril di S.Gustavo de las Pampas, ed è in Brasile
alla ricerca di un attaccante che segni i gol che mancano alla salvezza della sua panchina.
Nella terra dei gauchos, si sa, non è difficile trovare chi ti aiuti a fare un passaporto
fasullo, specialmente se giochi a calcio nella squadra favorita di qualche generalissimo: Pablo
Leonardos, detto Pelotina, esordisce nel Ferrocarril il 15 giugno 1966, segnando il gol vittoria
al Lanus. A fine stagione, salvata la sua squadra, passerà al S.Lorenzo de Almagro e, due anni
più tardi, al Boca Juniors, dove ritroverà El Mister, rilanciato dalla salvezza conquistata con
la “equipo de las pampas”. Quando si ritira, apre una concessionaria Renault a Mar del Plata.
Dietro la sua scrivania, fa bella mostra di sé la foto dell’Argentina campione del ’78. Lui è
quello basso e stempiato, seminascosto tra i due riccioloni di Kempes e Tarantini.
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Storia de vita
Vincenzo Ricciardi nasce alla Garbatella, alla fine degli anni cinquanta. Tra le vie di quella
borgata cresce, nutrito dallo spirito di una Roma che già allora andava sparendo. Poca scuola, a
cui preferisce scorribande coi coetanei tra gli immondezzai e gli sfasciacarrozze della zona.
Pochi libri e meno televisione, sostituiti senza rimpianti da estenuanti partite di calcio tra i
prati e le distese di polvere e canneti a ridosso del Tevere. Molto cinema: il Palladium lo vede
spesso tra le fumose prime file, quando la sigaretta era ancora permessa e i film valevano il
prezzo del biglietto. Come molti ragazzetti cresciuti per strada, anche per Vincenzo si
presentava il problema dei soldi per pagarsi il cinema, le sigarette, l’ingresso allo stadio e
il trenino per andare a Ostia a fare il bagno, importunare le pischelle e le tardone, e mangiare
il pesce nelle trattorie del porto, da cui si scappa buttando tutto in caciara. Un sistema per
procurarsi i soldi, per molti ragazzi di vita di allora, era quello di essere gentili con quelle
persone che volevano compagnia e, a volta, una parvenza di affetto. La maggior parte di queste
persone le trovavi al Palladium, la domenica pomeriggio. Ti sedevano accanto, allungavano la
mano e non fermarla significava che eri disposto a guadagnarti il cinema, le sigarette e la
gassosa al bar del quartiere. È proprio lì che Vincenzo conosce le persone che cambieranno la
sua vita. Il primo è Pasolini, che lo inizia all’arte, cavando da quello zazzerone tutta la
sensibilità e umanità che si annidano nel cuore della gioventù scapestrata della nostra città.
Lo scrittore bolognese è amante del calcio e dei calciatori e, in quel periodo, non è difficile
vederlo seduto su qualche tribuna di legno dei campacci di periferia, a seguire le gesta
pedatorie di Vincenzo e compagni, tra i quali figurano personaggi come Ninetto Davoli e i
fratelli Citti, che, insieme a Ricciardi stesso, ne ispireranno le migliori pagine. Tommaso
Puzzilli, il protagonista di “Una vita violenta”, parla il linguaggio di Vincenzo e ne descrive
le gesta romantiche e disperate. Il secondo “cinefilo” è Claudio Romanos, in esilio a Roma per
storie di debiti. È lui che trasfonde quell’umanità borgatara dal cuore ai piedi di Vincenzo, e
ne fa in seguito il perno dell’attacco della squadra semiprofessionistica che allena, sotto
falso nome. Ricciardi accarezza la palla come le lattine di chinotto ammaccate che palleggia per
scommessa al bar, semina gli avversari come se fuggisse all’ortolano a cui ha fregato un cesto
di arance, schiva le entrate dei difensori come i cazzotti dei bulli della Magliana, si riavvia
il ciuffo dopo ogni colpo di testa vincente come se si stesse preparando ad un rendez vous con
una trucida del Trullo. Il ragazzo segna gol a grappoli, ed è sul punto di passare alla Roma.
Improvvisamente, però, sparisce e le poche persone che lo cercano rinunciano presto a ritrovarne
le tracce. Qualche giorno prima, Pasolini viene barbaramente ucciso ad Ostia e la sua morte
conserva ancora qualche inquietante zona d’ombra. Il 16 maggio 1978, Vicente Richardos segna il
suo primo gol nel Boca Juniors. Rientrato in Argentina grazie alla prescrizione del reato, sulla
panchina siede Claudio Romanos, El Mister.
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Una tristissima storia vera!!!!
Ho inoltrato una denuncia al WWF per maltrattamenti,abusi ed abbandono.Il colpevole è Jack:un individuo
con il naso allungato, le orecchie a punta,la coda storta come le sue 4 zampe e lo sguardo implorante da
finto buono!!! Egli ha allevato, sin dalla più tenera età, il suo animale.Gli preparava la pappa nella ciotola,
lo faceva cagare nei giardinetti di Piazza Bologna e lo faceva pisciare con la zampetta alzata sull'edicola del
giornalaio sotto casa ,lo chiamò...Venturini !! Gli insegnò anche a correre dietro ad una palla e a riportare
in bocca le diescimilalire all'aguzzino Romani che con aria di scherno gli mise un collarino al braccio con la
scritta C. Venturini scodinzolava tutto orgoglioso sentendosi un Capitano, ma la C sottolineava solo il fatto
che ad indossarla era solo un cane di nome e di fatto! Umiliazione inutile, dato che anche un cieco si
sarebbe accorto che illo effettivamente giocava come solo un cane sapeva fare! E venne l'età dei primi
richiami sessuali,come un animale (qual'era) il suo istinto primordiale venne a galla e il perfido Jack lo
portò all'edicolante sotto casa che lo sodomizzò, memore di tutte le pisciate del povero cane! Ogni pisciata
un rapporto anale. E fu così che il povero bastardino Venturini, come un vero segugio cominciò a seguire
le orme di un ragazzo di vita di nome VricciardA; tali orme lo portarono dritto dritto all'idroscalo da Pier
Paolo Pasolini il quale vedendolo così a quattro zampe, s'ingrifò e se lo fece!!!!!
Stufo del suo animale, che ormai era diventato anche incontinente per le sevizie subite, il perfido Jack lo
caricò sulla sua station-wagon e imboccò l'Aurelia. Arrivato nei pressi di Cala Galera lo lego ' con una cima
e gli disse:" Cazza la randa!". Il fido Venturini con la lingua penzoloni e lo sguardo da Marco bastonato
guardando la barca disse:"....è a motore,non ha randa." Ma una randa enorme l'aveva il portuale negro che
gli si parò d'avanti e, mostrandogliela, con voce baritonale disse: " PRIMA GIUGGIA E POI A GUGGIA
!!!!! "
Questa è una triste ma commovente storia che a Natale aiuta ad essere più buoni!!!!
A proposito vorrei ricordare a Venturini, che ci incolpa di non averlo mai cercato dal momento
dell'abbandono, che sia il sottoscritto che tutta la rosa del N.Nomentano Cravatta Consult, abbiamo
provato più volte a telefonargli, ma se al momento della risposta lui continua a ripetere
:"BAU,BAU,HARF,HARF,CAI',CAI',....." noi non ci capiamo un tubo. E che cazzo, rimedia un
interprete!!!!!
Ciao, Ciao!!
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Dentro e fuori il campo.
Apro una parentesi
(
Ci siamo conosciuti in questa maniera, da avversari. Primo minuto, lancio lungo in profondità.
Contrasto. Io sono quello che lo riceve, lui quello che lo da…Buongiorno.
Lui era così, prendere o lasciare. C’era chi veniva enfatizzato con soprannomi relativi a
qualche peculiarità, lui no. C’era Duran Mano di pietra, King kong Tyson, Edmundo ‘o animal.
Lui era per tutti F.M. Zago. Punto e basta.
In seguito, grazie ad El Mister Claudio Romanos, diventammo compagni di squadra ed in tre anni
di apprendistato fummo lo squadrone che tutti sanno; arrivammo addirittura a vincere la Coppa
Libertadores nel ’72….e chi l’avrebbe detto….con quella squadra….di balordi. Lui nella difesa
era, come dire, era….l’assassino. Non aveva rispetto per nulla. La sua famiglia era
religiosissima. Addirittura, incredibile ma vero, anche lui andava in chiesa: pregava Iddio ed
ammazzava i punteros. Non siamo mai riusciti a parlare. Gli assassini non parlano. Ma sentivo i
suoi pensieri in partita. I movimenti coordinati del reparto mi risuonavano in testa. Io
avvertivo, nitidamente “chiudi l’uomo sulla fascia…e se ti salta, arrivo io”; l’uomo mi saltava
ed arrivava lui a forbice a fargli capire che aveva molto sbagliato; “uscite tutti dall’area”
lui non l’ha mai detto, ma io l’ho sempre sentito; pensieri così, tipo in mischia su calcio
d’angolo, tutti a minacciarsi, tutti a far finta di essere duri e lui in silenzio. Tutti a
dire “a sette..te spezzo le gambe”..oppure “a nove, lo sanno tutti quello che fa tu madre” e
lui in silenzio….e poi…dopo il colpo secco ad effetto sulla palla calciata dalla bandierina, si
sentiva un altro colpo nell’aria, dalla chiarezza impressionante, risentire quel rumore nei
timpani, fa venire i brividi…..le quattro nocchie della SUA mano destra che frantumavano
incisivi, canini e premolari dell’attaccante di turno; nessuno vedeva, ma tutti sentivano il
suono ed il pensiero “così impari chi regna qui davanti al nostro portiere”. Tutti sentivamo i
suoi pensieri, non lo so cosa fosse…telepatia?…gli schemi di Romanos mandati giù a memoria che
riecheggiavano nel cervello?…io non lo so, sta di fatto che sentivo i suoi pensieri.
)
Chiusa parentesi.
Rio de Janerio. Carnevale del ’69.
In quei giorni di festa ed allegria, El Mister , in vista del finale di stagione tutto da
giocare, intensificò il carico di lavoro negli allenamenti. Calcio, sudore, e schemi. Calcio,
sudore e schemi. Nient’altro – NIENT’ALTRO. …Ma la sera scappavamo, c’era il carnevale. Le
mogli non sapevano, le fidanzate neanche, le amanti chiudevano gli occhi; Eravamo costretti
nelle fughe, a cercarci dei posti malfamati, bettole di quart’ordine, balere scalcinate.
Dovevamo evitare Romanos; ci avrebbe sospesi senza pensarci due volte, se ci avesse beccato;
quantomeno la punizione della panchina!. Era un mister esigente, oltre che padre, consulente
finanziario, guru e quant’altro.
Dovevamo stare attenti. Dovevamo fare tutto di nascosto. La stampa, le attricette in cerca di
gloria, gli imprenditori dei locali, tutti pronti a gioire con la nostra celebrità, per trovare
anch’essi il clamore in una nottata speciale.
Non ricordo esattamente chi ci fosse, è passato tanto tempo da allora. Però ricordo che quella
notte, c’era Deodatos, sempre pronto ad apostrofare le gentili natiche di qualsivoglia pulzella,
Sereni col suo sguardo di ghiaccio che faceva impazzire le donne, F.M. Zago sempre a caccia come
in area di rigore.
Entrammo e subito, ma proprio subito, una ragazza ci piantò gli occhi addosso, il che, lo
ricordo benissimo, ci inorgoglì oltre misura e ci accese nella reiterata sfida su chi, dei
quattro, l’avrebbe conquistata per quella notte.
Ci sedemmo, vicino al gabinetto, nell’angolo più appartato per non dare nell’occhio. Da lì,
potevamo anche controllare l’ingresso. Avevamo la paranoia Romanos, ce l’aspettavamo entrare
col fischietto in bocca e con la frusta. Invece entrò una mulatta, molto scoperta. Le sue forme
ce l’ho ancora adesso, a distanza di innumerevoli anni, davanti gli occhi. Attimi indelebili che
nella memoria di un vecchio diventano eterni. Che femmina. Vederla e volerla e stato un tutt’uno.
Un pensiero comune. Un pensiero condiviso. Un sorriso collettivo che squagliava anche il nostro
assassino. Ricordo il testosterone che ci schizzava dagli occhi, fuoriusciva, trasbordava. Non
solo il nostro, anche quello degli altri avventori. Era una ballerina di samba, scesa da chissà
quale carro, per fare un suo personalissimo spettacolo dentro quel localaccio malfamato. Ci passò
davanti, sorrise ed entrò in bagno. Dovemmo tenere Deodatos ed il suo testosterone. Aveva la
chiare intenzione di seguirla, di chiudersi in bagno e di non uscirne mai più, per tutta la vita;
si, vivere lì con lei, per sempre e non uscire mai più, per sempre; addio al calcio, addio alla
moglie ed i bambini, solo la ballerina e quel bagno come universo. Ci vollero le forti braccia
del portiere Sereni a distoglierlo da un probabilissimo guaio; più qualche parolaccia di Zago, le parolacce le sapeva
dire, e qualche battutaccia mia; in tre per riportarlo ad un livello di agitazione ed
aggressività non distruttiva.
Quando la ballerina uscì di nuovo, il brusio dell’attesa diventò muto silenzio. Bocche aperte
ad ammirare. Porporina sul seno, piume colorate in testa, un filettino sprezzante a coprire il
solco delle natiche. Un silenzio misto a pudore e vergogna per i nostri pensieri su una donna così
bella, fatta oggetto di pensieri così sconci. Ed io potevo sentire quelli di F.M. Zago,
nitidamente, precisamente; come quando, in aria di rigore, mi sentivo dire col pensiero,
lascialo a me, fammelo toccare con gli scarpini. Pensieri ai quali non so dare parole.
Dei quattro sembravo il più tranquillo, ma la mia era tutta una posa. Recitavo la parte dello
sciupafemmine, del conquistador, ma la realtà era ben diversa e questa realtà
smascherò in un baleno la mia inadeguatezza. La ballerina mi si avvicinò ed io ne ebbi paura. Io, polmoni
d’acciaio, l’impavido del centrocampo, il temerario della equipo, io sentii la paura –PAURA.
Quella donna era bella da far paura. Mi prese, per primo. Dovetti ballare la samba con lei,
una questione di virilità, non potevo tirarmi indietro. Il suo seno sul mio viso, le sue natiche
sulla mia pancia….e poi....e poi…tutto un complesso di cose, tutto un ancheggiamento, tutto un
sorriso, tutti sguardi da ninfetta. E gli occhi degli uomini su di me, invidiosi….ed io che ballavo
impacciato, che recitavo imbarazzato una inesistente tranquillità.
Mi lasciò ed io mi schiantai, finalmente liberato dall'imbarazzo, sulla sedia,
infatuato per quella donna.
In quel momento, accadde quello che mi sorprese più di ogni cosa nella mia vita calcistica. Come
è strano, parlo di calcio, di episodi legati al calcio, e la mia più grande sorpresa calcistica
si è concretizzata fuori dal campo.
F.M. Zago si alzò deciso dal suo posto, come quando nelle partite mollava l’uomo da ammazzare
nei 90 minuti per andare nell’aria avversaria a far valere la sua forza nelle mischie;
con un sorriso da provola stampigliato sulle labbra si palesò innanzi alla danzatrice
ed io giuro, giuro su qualsiasi cosa, che quel sorriso, per chi come me l’aveva visto
martoriare gli attaccanti di qualsivoglia squadra, era il ghigno mostruoso dell'assassino che
conoscevo.
Iniziarono un ballo folle. Subito si creò il circolo attorno ai due. Lei, l’incarnazione
dell’eros; lui, la rappresentazione della forza pura. La bella e la bestia. Un ballo che mimava
l’amplesso, un toccarsi a ritmo de samba che significava amore. Ed io, sentivo i suoi pensieri.
Dio mi perdoni per quello che sentii. Salirono sul tavolo per ballare come indemoniati. Vidi
le mani di Zago posarsi sulle di lei natiche; vidi la faccia sprofondare beata nel solco del
seno; vidi corpi furenti che si dimenavano; vidi sudore e passione, vidi la carne trionfare
sull'intelletto. Io tutto questo vidi.
L’eccitazione salì a dismisura. E si sa, il desiderio femminile si può sentire, ma quello
maschile si può vedere. E noi tutti vedemmo. I due corpi si staccarono esausti e per il circolo
danzante attorno al tavolo fu la violenza di un risveglio, la fine del trans; restammo attoniti,
col respiro ansimante a ritmare il silenzio. Poi ci fu un applauso spontaneo, una gioa che si
scaricava in sorrisi, in pacche sulle spalle, in strette di mano virili.
Alle due e trentotto della notte di martedì grasso del millenovecentosessantanove, in una balera
di Rio de Janerio,
F.M.Zago, l'assassino, tolse le mani dalla ballerina, scese dal tavolo ed entrò in bagno – in
bagno..............
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