Per un paio di scarpe
Alla fine degli anni cinquanta, il calcio italiano, ben lontano dagli eccessi odierni, se non per la passione che lo circondava, era fatto anche di storie che, se avvenissero adesso, scatenerebbero lunghi dibattiti e violente diatribe televisive e giornalistiche. Allora, si trattava solo di folclore e chiacchiere da bar.
Giocavo nel Modena, e non ce la passavamo troppo bene. Negli anni del catenaccio non era facile fare gol: per i nostri attaccanti, invece, era davvero impossibile. Erano anche i tempi in cui i giocatori scandinavi andavano forte, grazie alle imprese di Liedholm, Nordhal e Gren, tanto per fare i primi tre nomi che mi sono venuti in mente. Il nostro presidente, un industriale delle ceramiche, tornò un giorno da uno dei suoi viaggi di lavoro, così diceva lui, dalla Danimarca. Si presentò al campo in compagnia di una specie di toro biondo, dai lineamenti evidentemente scandinavi e dall’età che, sicuramente, aveva già visto più di trenta primavere.
“Ve’ ragazzuoli, esordì il presidente, guardate bene chi vi ho portato, per cacciare finalmente il futbal dentro quel canchero di rete. Questo fenomeno qui” indicando il bisonte vichingo” ci piega tutte le dita ai portieri avversari, ci piega. È nientemeno che Klad Barlaccssen.”
“E chi c#@*o è?” fu il pensiero che attraversò la mente di tutta la rosa, massaggiatore compreso. C’era la radio da decenni, e la tivù da abbastanza per saperne di calcio moderno, ma quel nome non l’avevamo mai sentito prima. Il presidente interpretò il nostro silenzio interrogativo e ci spiegò che quel tipo lì segnava a mitraglia, nel suo paese.
Fece subito il primo allenamento e quello che ci colpì appena uscì dagli spogliatoi non furono la sua stazza da spaccalegna sopra peso né il suo sguardo a metà tra lo smarrito e il sornione, ma le scarpe. Erano proprio come quelle degli altri, di cuoio e coi bulloni, di quelle che ti lasciavano sui piedi delle vesciche così. Però erano bianche. Mai visto prima una roba del genere: molti strozzarono in gola uno sghignazzo. Qualcuno lo ritenne finocchio.
Le sorprese non erano finite, perché sul campo si rivelò potente come un bufalo, inarrestabile nella sua corsa devastante. E poi tirò una serie di cannonate che il portiere faceva appena in tempo ad intuire che passava un proiettile lì vicino che già la rete faceva tciaff! gonfiandosi. Mai vista una roba del genere, prima d’allora.
Ovviamente esordì subito, contro la Spal, che aveva la difesa meno perforata del campionato. Tutti gli occhi erano puntati su quell’omone con le scarpette - si fa per dire: portava almeno il 47 - bianche come quelle di una ballerina. Scatenò il panico tra i difensori che non riuscivano ad arrestarne la corsa e infilò due caracche da fuori area. Un fenomeno della natura, subito su tutti i quotidiani sportivi del lunedì.
Divenne ben presto un personaggio, che la domenica strappava le reti e sfasciava gli avversari, mentre durante la settimana familiarizzava ben poco con la lingua italiana e parecchio col lambrusco, le donne e le carte. Fu visto spesso dalla Wanda oppure alla bisca del Loris o alla balera dell’Alvise, tutti posti frequentati furtivamente dal bel mondo di provincia di allora. I gol in campionato gli permettevano eccessi impossibili a noialtri. Una volta la Wanda dovette chiamare i carabinieri che lo portassero via di lì che a momenti sfigurava una delle ragazze, ubriaco e manesco com’era. Una mattina lo trovarono addormentato, mezzo nudo e puzzante sangiovese, dentro un fosso, dove era finito con una bicicletta che aveva rubato per tornare a casa, visto che la moto pagata col primo stipendio l’aveva appena persa a ramino, insieme agli abiti di sartoria. In questi casi, il nostro presidente interveniva e riusciva a mettere tutto a tacere.
Dal punto di vista tecnico, tolti la velocità soprannaturale e l’assurda violenza del tiro, non si poteva nemmeno parlare di un calciatore: aveva un senso della posizione pressoché nullo e solo la pratica del catenaccio gli impediva di trovarsi sempre in fuorigioco. Palleggiava come Pinocchio e passava la palla più o meno come tirava. I suoi errori erano numerosi e spettacolari come i gol. Il portiere del Napoli uscì in barella dopo avergli parato un rigore tirato centrale. A Genova tramortì un cane poliziotto, a Vicenza un fotografo. A S.Siro tirò giù un ultrà dal muretto, con tutto il tamburo. A Venezia dovettero interrompere la partita per andare a ripescare almeno un pallone. Ma segnava tutte le domeniche: contro il Mantova bucò la rete, contro il Palermo la palla oltrepassò il portiere fischiando aria da uno squarcio. Il Resto del Carlino pubblicò la testimonianza di un avversario che sosteneva di avere visto le sue scarpe bianche fumare di polvere da sparo. Le scarpe: pensavamo fosse solo un vezzo, una sorta di scaramanzia. Ogni calciatore aveva qualche portafortuna o qualche gesto che riteneva tenesse lontano la malasorte. Le scarpe bianche rientravano, certo con un po’ di clamore, tra gli amuleti di noi giocatori. Ma Klad Barlaccssen non se ne separava mai e non lasciava che alcuno le toccasse. Una volta sorprese il magazziniere che le teneva in mano: come una furia se le riprese e, alle proteste dell’ometto, che voleva solo pulirgliele, lo appese ad un attaccapanni dello spogliatoio e se ne andò, il volto alterato da una paurosa agitazione. Il magazziniere ci disse che, quando prese le scarpe, sentì un brivido salirgli su per il braccio. L’uomo era forse sconvolto dal comportamento del danese, ma le sue parole gettarono un’ombra di mistero su quegli oggetti.
Può darsi che la voce si sparse, oppure gli avvenimenti successivi erano già maturi. Fatto sta che, qualche domenica dopo, Klad mitragliò la porta dell’Atalanta e questi presentarono reclamo. Sostenevano che il regolamento non consentiva di giocare con calzature bianche, sapendo che, se avessero affermato che quelle erano “magiche”, nessuno gli avrebbe creduto. Una lamentela del genere potrebbe sembrare un’idiozia, ma nel calcio di oggi, dove si vedono arcobaleni di scarpe e sponsor, non puoi giocare con la maglia fuori dalle brache, alla Franco Baresi, per intenderci, o con i calzettoni calati, alla Cerezo, o con la maglia di fuori e i calzettoni giù, alla Sivori.
Il reclamo fu accettato, le scarpe bianche proibite e la partita dovette essere ripetuta. Il vichingo si presentò in campo con ai piedi degli scarpini neri e in faccia un sorriso beffardo. Sconvolse un paio di volte la rete bergamasca e, su una punizione, stese due degli avversari in barriera. Nessuno ebbe il coraggio di nominare le scarpe e il faccione di Barlaccssen finì sulla copertina della Domenica del Corriere.
Nella partita successiva maltrattò la difesa della Triestina e quelli reagirono chiedendo l’antidoping. Il risultato, nel complesso, fu negativo. Trovarono solo abbondanti tracce di nicotina (fumava come un TIR arrancante sull’Appennino) e di alcol etilico.
Eravamo ormai in pieno inverno e il tempo si faceva davvero brutto. A Padova trovammo lo stadio allagato dalla pioggia che batteva da parecchie ore. Chiedemmo all’arbitro di rinviare l’incontro e Barlaccssen era il più infervorato in questa richiesta. Giocammo ugualmente, ma Klad era esitante nell’avventurarsi nelle paludi. Capimmo presto il perché, quando uscì da una pozzanghera con un bel paio di piedi candidi. Aveva tinto di nero le scarpe ed ora il trucco era scoperto. Non aveva altre scarpe con sé e Romanos, il nostro allenatore oriundo, dovette sostituirlo.
Al termine della partita, persa malamente, il mister gli mangiò la faccia a forza di rimproveri, urla e bestemmie, e il bomber mandò giù tutto, lo sguardo chino verso il pavimento. Ma quando Romanos, in un fulmineo scatto d’ira, gli prese le scarpe e le scagliò fuori, il danese si trasformò in una belva: afferrò l’allenatore e lo scrollò due tre volte contro il muro, finché tutta la squadra non li separò. Klad raccolse le sue scarpe e sparì.
Alla ripresa degli allenamenti non si fece vedere. Il presidente lo chiamò a casa ma il telefono squillò inutilmente. Poi mi prese da parte e, siccome dividevo con lui la stanza d’albergo durante le trasferte e, inoltre, avevo preso parte a qualcuna delle sue baldorie, m’incaricò, senza troppi complimenti, di trovarlo. Sapevo dove andarlo a cercare, quindi aspettai la sera e mi diressi dal Loris. Era stato lì, dove aveva fatto in tempo a buttare giù una bottiglia di rosso e poi aveva preso la porta. Sapendo del suo debole per la Ramona, una delle ragazze della Wanda, fu lì che lo trovai. Aspettai che finisse e, quando uscì, mi guardò in cagnesco e uscì senza salutarmi, già brillo e di umore peggiorato, alla mia veduta. Io avevo pochissima voglia di fargli da angelo custode, che andasse in malora per conto suo: quasi quasi mi fermavo dalla Wanda. Ero già soddisfatto di questa decisione, che lui rientrava dicendomi: “Io no macchina. Tu?” Feci uno svogliato cenno di sì, col capo, al che lui, aprendosi in un sorriso, avvicinò il pollice alle labbra ed alzò il gomito. Ci trovammo così per le strade della Bassa Padana, alla ricerca di un’osteria, il più possibile lontano da Modena, per evitare di essere visti e, contemporaneamente, il più vicino possibile alla stessa città, per evitare, sicuramente ubriachi, di finire in un fosso sulla via del ritorno. Trovata la nostra meta, restammo fino alla chiusura a bere rosso e mangiare salame e formaggio. Non gli avrei mai chiesto il motivo della mattana del giorno prima, anche perché ero sufficientemente impastato di vino da essermelo scordato. Fu lui a cominciare: in uno slancio di estrema confidenza, sicuramente stimolata dal lambrusco, bofonchiò qualcosa che suonava come il modo in cui s’era procurato quelle scarpe. Mi ricordo che parlò di un calzolaio, delle foreste della Germania, parlò di riti e di una specie di vecchi che si chiamavano druidi o roba del genere. Io ero ammutolito. Un minuto di silenzio, poi mi diede una pacca sulla spalla e scoppiò in una risata: “Tu italiano, ahr ahr ahr, credi a tutte storie, ahr ahr ahr!”.
Fuori di lì, le nostre forze ci permisero appena di entrare in un frutteto dove restituire alla terra il vino bevuto, prima di stramazzare sull’erba. Quando mi svegliai, non c’era più, e nemmeno la mia macchina. Quando riuscii ad arrivare a casa sua, l’automobile era lì, con le chiavi dentro. Barlaccssen era sparito e per un bel po’ non ne avremmo saputo più niente.
Oltre al fatto che, a causa della sbronza, non ero del tutto sicuro di quello che avevo sentito, la storia delle scarpe era troppo assurda per raccontarla in giro, quindi la tenni per me.
Una dozzina d’anni dopo ero a Cesena, in B, a chiudere una dignitosa carriera. Visto il regime non troppo rigido del professionismo di allora, continuavo a frequentare balere e night club della riviera. Non poteva sfuggirmi, dunque, quel locale di Riccione dove i neon dell’insegna disegnavano una coppia danzante con, ai piedi, delle scarpe da calcio. Il posto si chiamava “Bomber”, e una sera entrai. Mi colse una sensazione di assurda sorpresa, quando, dietro il bancone del bar, riconobbi lo stesso faccione, nemmeno troppo ingrassato, del danese che mi aveva piantato in asso in quel modo, parecchi anni prima. Lui mi guardò in faccia e sorrise sornione, mentre afferrava una bottiglia di bianco e mi porgeva un bicchiere. Sapeva che giocavo ancora da quelle parti, disse, quindi si aspettava una mia visita. Mi raccontò che, quella volta, se l’era filata in Germania, dove era rimasto abbastanza per farsi prendere la nostalgia dell’Italia e della Ramona, che aveva sposato e con cui gestiva quel dancing, aperto con soldi racimolati chissà come. Non si dilungò in particolari. La moglie gli aveva dato solo delle figlie. “Ach, femmine. Peccato: non metteranno mai quelle” disse, indicando, appese alla parete, un vecchio paio di scarpe bullonate. Bianche.
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