Il do di piede

Zappone: I due passi a mò di tre
A lungo andare, la posizione in campo scolpisce, oltre a determinare tecniche basic, un preciso corredo gestuale, il solo che, in ultima analisi, fa del neutro calciante a seconda del destino un suggeritore, un portiere, una seconda punta. Zappone. Rugginoso difensore nell'NN anni ottanta, novanta e oltre, Zappone mostrò con discreta continuità i tradizionali "due passi a mo' di tre" in occasioni dei disimpegni ad ampia gittata. Queste le coordinate iniziali: ricezione del pallone dal portiere, con squadra avversaria arretrata nella propria metà campo, breve spostamento verso la fascia destra - nota bene: liberi e stopper calciano solo dalla fascia destra - e fronte che si alza a simulare il puntamento di un bersaglio amico nell'altra trequarti: un grossolano equivoco, eppure gradito alle plebi e intimamente sentito dal difensore. Zappone (e quelli come lui prima di lui e dopo di lui per omnia saecula saeculorum) è ancora più solo adesso e tentenna dando a bere chissà quale fragorosa apertura, due passi ed è l'ora. La gamba sinistra d'appoggio esegue un semi-balzo rasoterra in avanti di circa quindici centimetri, il terzo passo - non passo appunto- quella destra dietro zappetta una-due volte la zolla. E "stud", finalmente strappata alla quiete, la palla è colpita di semicollo. Alta, incrocia sul cerchio di mezzo, e plana secondo modalità le più varie in zone dove sempre e comunque risulterà inoffensiva!

Antimiani
Ingiustamente additato da molti filosofi del pensiero calcistico debole come incontrista terribile ai confini del taekwondo, Antimiani Alessandro (così si è firmato fino all'era Statuto) incarna semplicemente la natura aspra e arcana della genia contadina. Avete mai visto tentennare un onesto salariato agricolo quando, appeso a zampe in su un coniglio alla scala che porta al fienile, lo stordisce con un gancio alla Dempsey e poi tira dolcemente via la pelliccia come stesse levando il golf al suo piccino? Il "do di piede" del compatto Antimiani ebbe uguale politezza e amoralità. Mai, nella sua lunga, ventennale milizia, gli sfuggì una smorfia di sordido piacere. Per avvicinarci all'ideal-tipo di tackle antiminiano, conviene figurarsi lo scontro fra un qualsiasi arto inferiore umano e la base di un eucaliptus nel cerchio di centrocampo: da un lato muscoli in tensione e linee curve a disegnare la gamba piegata di un atleta che s'immagina di contendere il pallone a un bipede come lui, dall'altro un tronco senza soluzione di continuità appoggiato su uno scarpino. Un tronco impassibile verrebbe voglia di dire, se gli alberi avessero ghigni o lacrime percepibili da noi, disattenti abitatori del mondo. Gli esiti fatali, peraltro, sono meno numerosi di quelli promessi dalla leggi della fisica dei corpi solidi.

Il do di piede di Giovanni Moggi
Un giocatore di rango sa fare bene 10 cose, un giocatore medio 5 bene e 5 così così, e giù peggiorando. Ma come definire un professionista dell'ACLI che sa fare benissimo (anzi: stra-benissimo) una cosa sola e per il resto provoca quasi ribrezzo? A un tipo come Trezeguet, in arte Giovanni Moggi, classe 1980, nessuno presenterebbe la sorella eppure, dalla stagione 1999-00 è tesserato al glorioso NN. Ogni partita tutti i giocatori, avversari e DUX compreso sedotti dal suo "do di piede": la "giuvan", in cui atleta e pelota copulano in omodo forsennato. Incredibile. Gli sono sempre piaciute le piazzette e ogni tipo di prodotto ivi smerciato, presenta lo sviluppo toracico di una cinciallegra eppure possiede riserve di fiato alla Enzo Maiorca e uno sprint cruento. Ala ambivalente, Giovanni dà il meglio quando lo sistemano sul binario sinistro: semaforo verde, parte la "giuvan". Trattasi di fuga rettilinea sull'out e il binario non è un modo di dire: l'uomo fa "tuu-tuu" e scheggia dritto in avanti con oscillazioni laterali impercettibili, tipo Pendolino. Dalla metà campo in su, alta velocità costante, avversario superato in tromba senza bisogno del dribbling (una volta l'ha cercato dappertutto facendo finta di averlo perso, in realtà non l'ha mai avuto), il fondocampo che si avvicina, tuu tuu, eccolo, è lì. E sulla "giuvan" cala il sipario: non sono previsti cross, retropassaggi o altre frivolezze, Giovanni, riannoda il sorriso, si lamenta con l'arbitro per presunte trattenute, si infastidisce al richiamo di qualche compagno, chiede scusa al fido companero e si rimette in posizione, cinquanta metri dietro.

La fase difensivo-attiva di Jugovic ovvero il "do di piede" di Fabio Delicato
Centrocampista cursore, obbediente alla disposizioni tattiche come un labrador al padrone più bastardo, Fabio Delicato, pur romano nel disincanto, è prussiano nel tener fede alle consegne. Il "fieldtrotter" del calcio Acli, si sa, tiene sul comodino, accanto al libro del suo ultimo esame, il Von Kriege di Carl von Clausewitz. Non si riuscirebbe altrimenti a interpretare la baldanza militante e l'accanimento nel rimbalzare fra fase difensiva e offensiva come una pallina da flipper. Un "do di piede e corro" struggente. Chiusa la lunga stagione di atletica, il volitivo ultra-trentenne si è fatto amare dalla curva "Largo Preneste", dove si annidano gli spiriti della madonnina e ci si da appuntamento per le trasferte più impegnative. Lo spirito di sacrificio e quell'aria da mezzo Rugantino qualcosa spiegano, non tutto. Il "fieldtrotter" è anche cultura allo stato puro applicata nel suo istituto tecnico. Sdraiato ancora sul letto durante quelli che dovrebbero essere i pre-partita, ha rimediato - rubando ore alla Formula Uno e ai commenti sul culo delle cameriere - il Delle Guerra e ha tratto da quelle pagine immortali i propri comandamenti: "conservare è più facile che conquistare perché tutto il tempo non utilizzato dall'attaccante pesa sul piatto della bilancia del difensore, che raccoglie ciò che non ha seminato". Ecco il primo, da non trascurare mai perché una menatina al torrone quando manca poco al fischio finale e sei in vantaggio è cosa santa. "La difesa contiene in sé un principio attivo, non è solo respingere un attacco e la massima audacia è talvolta il massimo della saggezza"; il secondo comandamento infiamma il petto e Jugovic gli obbedisce senza deroghe. Guardatelo questo maschio sul marrone retroflesso del Maracanà, zampisce fra le buche nel tiepido ottobre romano del 2001 e non affievolisce la lena ben sapendo che il vantaggio di un gol è misero. Lo incita il DUX modulando i suoi insulti agli altri compagni di squadra, l'avversario è di rango: la Veterinaria! Con spaccata di spettro irrisorio, Fabio intercetta nei pressi della sua area di rigore una palla, se la incolla al piede e parte sulla fascia destra. Dentro a Statuto e ripresa della corsa a siluro e leve frenetiche. Corre Fabio, corre. È ciò che nel gergo si chiama "dettare il passaggio", ovvero: te la passo e scatto, tu me la restituisci. Fabio già pregusta la palla di ritorno. Seguirà come mille altre volte lo stop repentino e un breve rientro sui suoi passi per crossare (dribbling apocrifo, compiuto senza superare l'avversario ma solo fidando sulla velocità del movimento laterale). Oh, peccato. Statuto ha piroettato e scelto il lancio (!) sulla diagonale opposta. Il "fieldtrotter" s'insospettisce quando vede avvicinarsi il fondo e rallenta. Capisce senza doversi girare che l'altro non l'ha considerato nemmeno di striscio, s'arresta e dilata le froge. Torna al trotto sui suoi passi, gli occhi cercano il colpevole del momento e le labbra sottili, quasi indotte al sorriso ("son qui, son vecchierello e mi fai passare da fregnone"), sillabano senza rancore: "Li mortacci tua".

L'assist toracico di Montero ovvero il "Do di piede" di Pierluigi Diodati
Provvisto di una complessione fisica più consona al servizio fra i tavoli del Bar Central di Tagliacozzo, la sua città natale nel Marsicano, Montero da molti anni è incredibilmente accettato per fare da libero al glorioso NN. Vedere il suo tronco a cuspide fendere l'aria e avvertire l'immanenza della divina misericordia è un tutt'uno, eppure il DUX l'ha arruolato e i compagni boccaloni lo mettono sempre tra gli undici titolari. Quando tra i pali, il NN aveva il "turista" Sereni, Montero svolazzava a fiato corto ai confini d'area, tentava l'impostazione, pativa ogni possibile differenziale di levatura rispetto alla compagnia. Normali amministrazioni, finché la casacca rossoblu superiore di un tre taglie al dovuto non occultava più il dolce segreto: due piccole mammelle da adolescente gradevoli e tornite. Quante volte, fin dall'adolescenza, se n'è vergognato rinunciando a tuffi nel fiume e docce promiscue? Costretto, come solito, dal pressing dell'avversario a liberarsi del pallone non aveva potuto che sospingerlo di torace all'indirizzo del portiere turista (tra i mille mezzucci del mestiere quello preferito dall'interazione tra i due) e quel protendersi in "do di petto" aveva rivelato l'impazzimento ghiandolare più frequente di quanto s'immagini in soggetti maschili sovrappeso. È in effetti un pietoso luogo comune sostenere che gli uomini accumulino lardi cellulotici solo nel ventre. Un buon regime dietetico a base di minestrone ha riportato più volte Montero a forme socialmente accettabili, proprio nel momento in cui pensava di adattarsi a indossare il wonderbra e proporsi en travesti al Ballet Trocadero di Montecarlo. Crespo corvino come possono esserlo curiosamente i felsinei profondi, continua a giocare da libero e a dispetto di una mole da massaia rurale continua a rialzarsi dopo un precisa scivolata, lasciando con due moncherini il malcapitato attaccante e ripartendo per una nuova azione. Nulla da fare, la maglina di lana morbida lo tradisce ancora, ma Montero sorride controsole rigido e coatto e continua ad esaltare quel senso della posizione ormai dimenticato nel calcio moderno fatto solamente di muscoli.


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