Fabietto va al rugby (diventerai grande e forte)

Avevo otto anni, forse nove, i capelli lunghi come gli indiani e le gambe che sembravano due stecche; con la maschera di carnevale mi scambiavano tutti per una femmina.
Correvo come il vento, correvo sempre, avevo due piedi che non stavano mai fermi. Mamma diceva, ma che hai l'argento vivo?...ed io ero contento. Non sapevo cosa volesse dire, ma avevo l'argento vivo e mi sembrava bello. Doveva essere qualcosa tipo una corazza, che si spalmava addosso e ti faceva diventare invincibile come i giapponesi che facevano il karatè. Potevi mettere la mano sul termosifone, contare fino a venti nella prova di forza, e non sentivi dolore. Conservavo proprio per questo il mercurio del termometro, quando si rompeva.
Alla piazza del paese di mia madre, l'estate al mare, quando la sera i miei uscivano portandomi con loro, mi toglievo i sandaletti e scappavo scalzo, in mezzo alla gente, su delle belle piastrelle lisce lisce. Scappavo e ridevo fino ad esasperarli: "Se non torni subito qui, NIENTE GELATO!".

Io avevo la lambretta di zio Vincenzo e correvo con le braccia in avanti tenendo il manubrio della motoretta invisibile; mio cugino Andrea aveva invece la moto invisibile di Napo Orso Capo; la mia era più veloce, ma la sua era più smarmittata e quando l'accendeva scalciando per aria sulla pedalina che vedevamo soltanto io e lui, a suon di pernacchie che gli facevano scoppiare le guance, perdinci, sembrava proprio vera.
Alle corse che si facevano nel cortile della scuola certe volte battevo quelli che erano più grandi di me, addirittura qualcuno della scuola media. Sia con la lambretta sia a piedi. Quando invece venivo battuto simulavo un dolore alla gamba così bene e così a lungo che la maestra si preoccupava e mi chiedeva se doveva chiamare i miei genitori; ma io, eroico, resistevo.
Una volta, per atteggiarmi a persona diversa da quella che ero, ad uno che faceva le medie, gli avevo detto per convincerlo che io ero più grande di lui e che quindi rischiava a contrariarmi, che facevo la "quarta media". Forse poi mi ha picchiato, non lo so, non me lo ricordo; ma quando si correva, certi non li vedevo proprio.
Io avevo l'argento vivo e la lambretta di zio.
Avevo già iniziato la carriera al Kolbe, correndo appresso al pallone, prima e dopo gli allenamenti di papà, ma quel pomeriggio di settembre non lo so che è successo.
Papà stava già a casa. Saranno state le due e mezza. Mi portò ai campi sportivi dell'Acqua Acetosa. C'erano dei ragazzini cicciottoni, il doppio di me, magari anche due volte e mezza, che alla scuola Rugby Roma si allenavano istruiti da qualche vecchia gloria della palla ovale. Non so spiegare come, ma io capivo che mio padre voleva che giocassi a rugby. Ci vedemmo per intero l'allenamento e ogni minuto mi domandava, ti piace?...è bello vero?… per non deluderlo, dicevo si, ma a mezza bocca, senza convinzione. Quando l'allenamento dei ragazzini terminò, mio padre mi disse che andava a parlare con l'istruttore per vedere se potevo iniziare anche io. A quel punto non sono più riuscito a trattenere le lacrime e gli ho detto, col naso tappato dal moccio e accecato dalle lacrime, dispiaciuto per lui e timoroso di ritrovarmi segnato a quello sport, "papà, a me non mi piace, questi sono dei ciccioni, e poi questo rugby non mi piace". Non conoscevo nessuno, mi vedevo già solo ed emarginato in mezzo a quei colossi da sessanta chili. Piangevo mortificato perché avevo detto che non volevo fare una cosa che piaceva a papà; già preferivo il pallone, Ciccio Cordova e Chinaglia. E poi abitavamo vicini a Piazza Bologna, dove un certo Claudio Romanos organizzava partitelle per i ragazzini, con la speranza che le mamme diventassero clienti del suo negozio di caffè. Io sapevo anche che se andavi con la mamma a comprare la miscela di caffè, potevi pure fregare qualche caramella da canestri enormi senza che il mister se ne accorgesse. Mi sbagliavo.
Il rugby è un gran bello sport.




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